in Through the Prism of Borders. Beyond the Threshold: Art and Spaces in Between
a cura di Katia Anguelova, Angelika Burtscher, Marion Oberhofer
Kunstverein Publishing Milano, 2025
Fai parte di ZimmerFrei, un collettivo che crea spazi narrativi sperimentali in cui la voce e il suono, insieme all’immagine, tracciano un percorso che guida il pubblico lungo i confini di un vissuto tra cosciente e incosciente, in bilico tra come vediamo e come percepiamo, tra il qui e l’aldilà, tra lo spazio interno e quello esterno, lungo i confini che ci orientano tra costrutti sociali e culturali. Come è nato il vostro collettivo? Quali confini vi interessa esplorare nei progetti che realizzate?
Il trio ZimmerFrei è nato tra il 1999 e il 2000 intorno alle prime cose che abbiamo fatto, prima un video, poi uno spettacolo, poi è venuta la Biennale di Venezia, a sorpresa. Siamo stati un gruppo di lavoro, un gruppo dentro un collettivo più grande che occupava un teatro e poi gestiva un grande spazio dismesso. Bologna è stata la nostra base di partenza, poi il lavoro si è sviluppato in Europa, nelle diverse città in cui abbiamo fatto dei progetti. Siamo stati una compagnia teatrale senza un baiocco, una band che aveva un bel nome ma non voleva suonare, un gruppo familiare disfunzionale, un’associazione culturale, una società di produzione senza capitale sociale. Insomma, siamo cresciuti insieme. Senza saperlo abbiamo costruito qualcosa di preziosissimo: una storia in comune.
L’essere plurali ci ha protetto dall’identificarci completamente con il lavoro, così invece che all’interiorità dell’io ci siamo rivolti al fuori, agli spazi in cui ci trovavamo e che volevamo costruire. Più che i confini ci interessano i territori, le loro discontinuità, le zone in cui si sovrappongono diversi modi di sentirli propri o estranei. Se si guardano da vicino i conflitti intorno ai confini, si scopre che si tratta di conflitti intorno ai bisogni che quei territori dovrebbero soddisfare e all’accaparramento delle risorse che vengono estratte. La teorica politica Paulina Ochoa Espejo dà una definizione molto interessante dei territori nel suo saggio On Borders: Territories, Legitimacy, and the Rights of Place: invece che considerarli delle isole deserte circondate dal mare (o dal nulla), dovremmo pensarli come watershed, bacini idrografici interconnessi con altri e gestiti da tutti quelli che sono coinvolti nella relazione con essi. Può sembrare complicato ma è un punto di partenza molto promettente. Scrive Ochoa Espejo:
It is worth asking whether physical presence in a specific place is at all relevant when granting social and political rights. What is the legal magic of place? I take place seriously. […] Place-specific duties are a special type of duty that constitutes the core of what I call ‘ius situs’ (the right of place or position): a domain of morality that we recognize intuitively, but theorists routinely overlook.
Quelle che ci interessano sono porzioni place-specific di territori che sono allo stesso tempo privati e pubblici. Provo a fare degli esempi: un posto che chiamo ‘casa’ ma non è di mia proprietà, il selciato privato sotto i portici dove tutti camminano e fanno commercio, il gradino assolato dove ho dormito e sognato sotto gli occhi dei passanti, una piazza di Bologna che è il parterre del teatro dell’opera e anche la spiaggia dell’università, la piazza dello spaccio e delle manifestazioni politiche. Un edificio che cambia destinazione d’uso, un lotto demolito e non ancora ricostruito, un villaggio temporaneo di case mobili, un’isola modellata da ingegneri e forestali, un centro di ricerca scientifica finanziato da ventiquattro paesi. Ci interessano le esperienze singolari e condivisibili con chiunque: luoghi ascoltati e mai visti, le tante forme del fare famiglia, le storie trasmesse a voce, le relazioni dei vivi con i loro morti.
Nel progetto The Answer is Out There che hai realizzato per B-Shapes, per te è importante restituire una lettura del confine da entrambi i lati, quando esplori un luogo, un paesaggio, così come quando condividi esperienze personali, per far sì di ampliare la tua visione. Cosa sapevi di questa parte d’Europa e cosa ti aspettavi dalle esplorazioni sulla tripla frontiera tra Bulgaria, Grecia e Turchia? Come nasce il progetto sulla base della tua prima ricerca sul posto?
Prima di partire ho letto alcuni testi dell’antropologa e saggista Kapka Kassabova, più volte espatriata e spaesata: nata nella Bulgaria comunista, cresciuta in Nuova Zelanda con la famiglia emigrata e poi trasferitasi in Scozia da adulta. Con lei condivido l’attrazione per la parola “barbaro”, come la usano gli spagnoli, anzi gli argentini all’attacco di un ritmo di milonga (…come lei ho la passione per il tango): !Qué bàrbaro! Nel senso di straniante, preoccupante e attraente in quanto selvatico (in Trentino si direbbe ‘foresto’). Selvaggio come lo si direbbe a un amante. Più seriamente, Kassabova fa esplicitamente riferimento ad Aspettando i barbari, il meraviglioso poema del greco Konstantinos Kavafis:
Και τώρα τι θα γένουμε χωρίς βαρβάρους. Οι άνθρωποι αυτοί ήσαν μια κάποια λύσις.
E ora, che sarà di noi senza barbari? Dopotutto, quella gente era una soluzione.
Nell’articolo New borders will fail just as old ones did, pubblicato da The Guardian nel febbraio 2017, Kassabova scrive:
Borders are ambiguous places. But one thing hadn’t changed – the double standard of the border: once soft for some and hard for others, now hard for some and soft for others. Hard borders end up casting a long shadow of doubt and duality, paradox and paranoia. If you live long enough in the corridor of distorted mirrors that is a border zone, you end up seeing your likeness in the image of your neighbour. Sooner or later, you end up meeting yourself. Which makes it all the harder to tell exactly where the barbarians are: pushing at the gates, already among us, or inside our heads.
In Bulgaria non c’ero mai stata. La buona notizia è che esistono ancora dei luoghi remoti. Per me – nata nel secondo Novecento – è qualcosa di prezioso, che incute rispetto e cautela. Dato che non mi capita più di fare dei viaggi chiamati ‘turismo’, l’unico modo per scoprire un luogo è ammettere che non ne so nulla e andarci per fare qualcosa di pratico. Il primo giorno, insieme a voi, ho incontrato il gruppo di ricerca di B-Shapes, all’Università di Sofia. Ho scoperto che anche gli studiosi di geografia, scienze politiche, storia, sociologia, scienze umane o criminologia sentivano l’esigenza di ragionare muovendosi a passo d’uomo nei luoghi che indagano, per parlare a quattr’occhi con chi abita, lavora e transita in quei luoghi: da lì la necessità di definire la pratica dei borderwalks da parte dei ricercatori di B-Shapes, da poter condividere a fini scientifici. In pratica è quello che fanno i documentaristi, con strumenti simili ma con più libertà d’azione e con esiti non misurabili scientificamente ma compensati da una grande libertà di giudizio degli spettatori.
Uno dei limiti del progetto B-Shapes sulla percezione dei confini è che, per assicurare la validità e la protezione delle fonti e così rispettare il rigore metodologico della ricerca scientifica, non è possibile raccogliere testimonianze da soggetti fragili, discriminati o senza documenti validi nella nostra parte di mondo. Per paradossale che sia, una volta di più, chi non ha diritti non ha neanche parola. Io sono confine dell’antropologo iraniano Sharham Koshravi è forse il primo saggio etnografico in forma di auto-narrazione, da cui emerge la difficoltà della presa di parola da una posizione di illegalità:
La vita diasporica consiste nella presenza costante dell’assenza. In esilio ti manca letteralmente la terra sotto i piedi. L’esilio è una parentesi che non si chiude mai, perché il ritorno è solo un mito, un sogno irrealizzabile. Io non ho più una casa cui fare ritorno. L’edificio esiste ma non è più la mia casa. Perché io sono un’altra persona.
Ci sono stati momenti determinanti già dal primo sopralluogo alla frontiera di Kapitan Andreevo-Kapikule: tangenziale interrotta da un muro di container, le merci attendono il loro turno ma passano sempre. Gli umani no. Un centro commerciale con la forma di un enorme parallelepipedo nero e con la facciata luminescente di un casinò. Guidare per ore nella foresta fitta e perdere il segnale. Ammettere di aver perso la strada. E però la strada mi sembra di averla già vista in sogno: un bosco verde giungla, una foresta gialla e rossa tagliata da un serpente grigio, una striscia di asfalto che serpeggia racchiusa in un triangolo di rami così fitti che non si vede il cielo. Improvvisamente l’asfalto finisce, cominciano le buche, si va al trotto, poi al passo. E se finiamo la benzina? Dove siamo di preciso? Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina. È notte, i fari illuminano solo qualche metro della foresta. Spegniamo i fari e siamo nella notte più profonda. C’è solo il nero, non ci sono più direzioni, il silenzio del bosco è assordante.
La sensazione è quella di oltrepassare un portale invisibile. È tutto normale, ma il nostro sguardo trasfigura le cose, come se fossimo in un altrove che ci precede. Il color acciaio della prima vista del Mar Nero. Due caravan di legno, un fuoristrada, cavalli, pecore e panni stesi sotto gli alberi. Una famiglia di cinghiali che corre a bordo strada. Una tanica vuota e una scarpa sotto un cespuglio. Una coppia di anzianissimi che ci vede da lontano e ci aspetta in piedi fuori da una casa di pietra e onduline per venderci il miele più potente della terra. Il primo metro della rete che divide l’Europa dalla sua nemesi: l’eredità dell’Impero Ottomano dove si trovano tutte le risposte che non vogliamo darci. Scrive Kapka Kassabova in Border. A Journey to the Edge of Europe, il suo diario di viaggio sul triplo confine tra Europa e non-Europa:
This place felt to me less like a place and more like a continuing moment in time. […] You stand in a portal. Now you’re mortal, now you’re not. Now it’s you, now it’s everyone who passed here before you.
Quando nel terzo viaggio abbiamo attraversato il confine tra Malko Tarnovo (Bulgaria) e Dereköy, (Turchia), in macchina suonavano i Morphyne a tutto volume. Mentre la voce registrata di un muezzin segnava l’ora della preghiera numero cinque noi cantavamo a squarciagola:
Life is better there on the other side. The grass is greener there on the other side. And I, I get even there on the other side. And everything will turn out all right on the other side. I’m crossing over now to the other side. The other side…
I confini sono anche spazi di soglia e, quindi, di transizione, luoghi in cui avviene un attraversamento. Non sono linee assolute che tracciano un “qui” e un “lì”, e in tal senso sono luoghi che possono essere percepiti come dimensioni amplificate, dove si accumulano esperienze, ricordi, bisogni e urgenze, spazi intermedi ricchi di significato. Che significato ha per te, da artista che vive, lavora e osserva da un territorio mitteleuropeo, questo confine più a sud-est dell’Europa e la sua storia travagliata? E come credi che le narrazioni personali che hai incontrato possano contribuire a ri-definire la percezione che hai di questo luogo?
Andare nei luoghi fisici e raccogliere narrazioni personali è l’unico modo che conosco per uscire dalla genericità delle convenzioni e delle convenienze. Stando al centro dell’Europa possiamo parlare di flussi, pertinenze politiche e sostenibilità economiche, quando arrivi al margine di un territorio e incontri una discontinuità – un torrente, un burrone, un valico, la riva del mare – devi per forza cambiare passo, è un fatto materiale. Tutto diventa dettaglio e tutto ha un senso: devi trovare il modo di scalare, traversare, nuotare, volare. Parlare con le persone e propiziare il momento. Se il confine è una linea geometrica tracciata per un volere esterno al territorio e a chi lo abita, le azioni più banali si tingono di assurdo o di tragico.
Cosa rappresenta per te raccontare le storie degli altri? E come vivi la barriera linguistica che si pone nel condividere le storie che incontri, lavorare su una narrazione che ha origine da una lingua che non è la tua?
Da qualche tempo mi guida quest’idea: il ritratto per interposta persona. Per un po’ di anni abbiamo filmato solo figure intere in campo largo, poi figure di spalle ancorate alla cornice – in piano americano, poi figure in interni in campo medio ma rigorosamente ad occhi chiusi. Questa volta l’inquadratura era determinata solo da quale obiettivo era già montato e dalla nostra vicinanza – dal volo d’uccello al primissimo piano – ma le immagini si accendono solo per brevi istanti. La continuità del tempo è data dall’ascolto, gli occhi si aprono solo a tratti. Non c’è mai la scena madre, quella rimane invisibile.
Di solito accade questo: facciamo un incontro, seguiamo qualcuno che ci porta in un posto. Arriviamo lì e non diciamo niente. Poi ci rivediamo il giorno dopo e ci facciamo raccontare qualcosa che è successo in quel posto. Non conosco né il bulgaro né il turco, il greco lo capisco solo a tratti – e allora guardo le persone mentre parlano, capisco cosa dicono le mani, la postura del corpo, la curva del collo, la mobilità o la fissità degli occhi. I contenuti li scopriamo sempre dopo, quando torniamo a casa, dopo che un’umana (l’interprete Nikol Delcheva) avrà decifrato il cieco lavoro dell’intelligenza artificiale che malamente trascrive la forma d’onda del parlato. Raccontare le storie degli altri mi sembra un buon modo per scoprire anche la propria.
Ho fatto l’azzardo di filmare in pellicola perché sapevo di non poter contare su una nostra permanenza di lungo periodo in attesa di fatti eclatanti. Abbiamo investito sui momenti trasformati dalla pellicola che scorre, quei pochi secondi in cui c’è la luce giusta e il cameraman Ivano Lollo non respira e si fa tutto occhio. Una macchina da presa leggera coma la Beaulieu R16 o una Éclair degli anni Settanta produce un rapporto speciale con le persone. Se punti una videocamera o uno smartphone 4k su qualcuno va a finire che si mette in posa, oppure si schernisce, si nasconde o si indispettisce. La macchina da presa invece attira lo sguardo, intensifica la circostanza in cui siamo lì insieme, da un lato e dall’altro dell’obbiettivo, a convergere l’una verso l’altro.
Cosa porti con te da Strandja e dai Rodopi?
Una coperta di pecora, un barattolo di miele miracoloso, una puntura di vespa in un punto del corpo che non ha mai visto il sole. La foresta più estesa che io abbia mai visto in Europa, dove esiste un villaggio di case smontabili in cui ogni nuovo nato ha un cavallo a cui può dare un nome.
—————————
1. Paulina Ochoa Espejo, On Borders. Territories, Legitimacy, and the Right of Place, (Oxford: University Press, 2020), 224.
2. Constantin Kavafy, “Waiting for the Barbarians” from Collected Poems. Translated by Edmund Keeley and Philip Sherrard. Translation Copyright © 1975, Princeton University Press, 1992 (or. ed. on personal pamphlet 1904)
3. Kapka Kassabova, “New borders will fail just as old ones did”, The Guardian, February 4, 2017
4. Shahram Khosravi, Io sono confine, eds. Eleuthera, 2019 (Macmillan Publishers Ltd, 2010), 133
5. Kapka Kassabova, Border. A Journey to the Edge of Europe (London: Granta Books, 2017), 345
6. Morphyne, “On the other side”, nel vinile LP record Good, (Accurate/Distortion, 1992)