Piersandra Di Matteo: Family Affair | Bologna : famiglie elettive


L’immagine è quella del cespuglio. Con qualche debito alla botanica, si tratterebbe di quel complesso di rami bassi o di pianticelle che formano “viluppo”. Che la famiglia, qualunque forma assuma la sua narrazione, conduca a fare i conti con un “viluppo inestricabile” in cui, a mala pena, si è in grado di raccapezzarsi, lo affermava con sottile umorismo Natalia Ginzburg nelle pieghe del suo Lessico Familiare. La famiglia contemporanea con la sua struttura diffusiva, reticolare, che può spezzarsi in un punto e s-vilupparsi in altre diramazioni, è il campo largo abbracciato da ZimmerFrei a Bologna, ultima tappa installativa di Family Affair. Il lavoro, che si è dato per statuto l’erranza, ha sperimentato negli anni un formato partecipativo, capace di legare video, archivio sonoro e performance dal vivo. Sono nate le unità di un archivio vivente in cui la famiglia diviene sorgente primaria di un epos contemporaneo. Seguendo il principio di spostamento e spaesamento. Di città in città. Dai père en solo dell’ex-quartiere minerario di Valenciennes all’irrigidimento del materno nella Budapest post-comunista, sovranista e cattolica. Dalla geografia antropica e politica del distretto rurale di Santarém, con le storie dei retornados dalle colonie portoghesi, alle relazioni elastiche o a singhiozzo degli abitanti di Cagliari, divisi tra l’isola e diversi continenti al di là del mare. Passaggi di Paese in Paese infine capaci di narrare qualcosa di essenziale sull’Europa delle appartenenze e del welfare inadeguato, delle intermittenze e dei territori di interscambio affettivo, delle transizioni e dei meticciati culturali. Arrivando a Bologna – città dove vivono con le loro famiglie come una famiglia –, Anna de Manincor e Massimo Carozzi, guardano alle famiglie non esaudite nello schema mononucleare classico di papà-mamma-bambino. Spezzano lo spazio stretto delle definizioni normative e cingono quello arborescente delle relazioni concrete, dei vincoli slegati dal sangue, delle geografie ricostruite, degli annodamenti emotivi, lì dove si cova l’idea che la parentela non sia solo un fatto biologico ma la trama di invenzioni del quotidiano: commensalità, residenza comune o separata, progetti di genitorialità, memoria condivisa, patti di fratellanza, adozione reciproca, accudimento, convivenza, childfreedom, presenza attiva di una rete amicale che si sostituisce a quella mancante dei nonni. Nei due schermi contrapposti figure ed eventi si avvicendano senza ordine o gerarchia. Le Famiglie elettive si presentano da sé. Vivono attraverso la forma del racconto orale. Ogni persona è ritratta nella propria casa, a occhi chiusi, in ascolto si sé o di un altro che lo fronteggia senza guardarlo. È una corrente di micronarrazioni in cui ognuno si esprime con la propria lingua madre (dall’ungherese al greco): incontri, traslochi, incidenti, rotture, divorzi, malattie. Nessuna geopatologia dello spazio domestico, piuttosto un modo di far brillare in un dettaglio un intero mondo, senza effetti di compiacenza. È una concentrazione del molteplice nel semplice, una composizione elementare che procede per successioni. Guai a definire Family Affair un ritratto caleidoscopico della famiglia contemporanea. Non di ritratto si tratta ma di possibili autonarrazioni su come viviamo, su come le esistenze producono divenire, si trasformano in viluppi, ecosistemi variati. Qual è la storia della tua famiglia? Come sono andate le cose?

Piersandra Di Matteo

 

 

 

The image is a bush: the complex of branches and seedlings that forms a tangle. Whatever form its narration takes, the family leads us to deal with an “inextricable tangle”, according to the subtle humour of Natalia Ginzburg in her Family Lexicon. The scattered contemporary family, which can break at any point and develop other branches, is the subject of ZimmerFrei’s Family Affair. Its wandering character was evident from the start and led to a participatory format, linking video, sound archive and live performance. The different parts of this living archive become the primary source for a contemporary domestic epic which moves from city to city, following the principle of displacement and disorientation: from single fathers of the former mining district of Valenciennes to the hardening of the maternal figure in post-communist, nationalistic and Catholic Budapest, from the tales of Portuguese retornados in the rural district of Santarém, to the elastic relations of families from Cagliari, with members in Sardinia and others overseas. Moving from country to country, the work tells us something essential about Europe, its different senses of belonging, its inadequate welfare, its intermittents affective exchanges, its transitions and cultural hybridities. In Bologna, the city where they live with their families and as a family, Anna de Manincor and Massimo Carozzi look at families which do not conform to the classic mononuclear pattern of father-mother-child. The narrow space of normative definitions is broken, giving way to tree-like structures of concrete relations, ties not bound by blood, reconstructed geographies and ties of affection, where kinship is not only a biological fact but the product of everyday practices: shared meals, common or separate residence, parenthood projects, shared memory, pacts of brotherhood, mutual adoption, cohabitation and care, “childfreedom” – bonds of friendship replacing the missing network of grandparents. In the two opposites screens of the video installation, people and events alternate without order or hierarchy. The Elective Families introduce themselves directly through simple oral narration. Each person is portrayed at home, with their eyes closed, listening to themselves or to someone else confronting them. It is a stream of micro-narratives in which everybody speaks his own mother tongue (from Hungarian to Greek): meetings, house moves, accidents, break-ups, divorces, changements. Not a geopathology of the domestic space, but rather a way of making a whole world shine through detail. It is a concentration of the multiple in the simple, an elementary composition that proceeds by accumulation. Family Affair cannot be seen as a kaleidoscopic portrait of the contemporary family. It is not a portrait but rather a series of possible self-narrations about how we live, about how lives produce becoming and mutate into tangled ecosystems. What is the story of your family? How did things go?